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Quel che emerge nell’estetica di Nicola Bertellotti (Pietrasanta, 1976) è il rimpianto del paradiso perduto, espresso nell’amore per le rovine, e la riproposizione in chiave fotografica della poetica decadente.

In particolare, per Nicola, la rovina non è un frammento architettonico, ma una sopravvivenza all’oblio, un paesaggio “affettivo”, che accoglie e trasmette una sensibilità incline alla nostalgia, sentita nel suo significato etimologico di “viaggio nel dolore”, di ritorno all’origine perduta. Gli oggetti desueti e i luoghi ritratti nelle sue opere rivestono infatti la stessa funzione che ricopre in Marcel Proust la madeleine, quella di evocare il ricordo di un’età felice.

Dall’impasse tra il tempo e il suo impossibile ritorno, nasce, nell’intimo del fotografo autodidatta, il sentimento della decadenza, della precarietà dell’essere umano. È facile rilevare, in questo caso, l’influsso esercitato da The Seven Lamps of Architecture (1849) di John Ruskin, secondo il quale la bellezza, che risiede soprattutto nelle vestigia, consiste nella loro caducità: è il fascino delle crepe, dell’incuria vegetale e architettonica, che riconduce le cose al loro stato primordiale e crea la “poésie des ruines”.

Un’ulteriore istanza riconoscibile nella sua poetica è quella legata al concetto romantico di sublime. Influenzato dalla fenomenologia del sublime delineata nel trattato di Edmund Burke A Philosophical Enquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful (1757), nei suoi lavori si scopre l’“orrendo che affascina”, un’emozione negativa, prodotta dalla consapevolezza dell’incolmabile distanza che separa il soggetto dall’oggetto.

Nei suoi Grand Tours contemporanei alla ricerca di rovine moderne, in cui si spinge oltre le Colonne d’Ercole del conosciuto/ricordato così come del consentito (significativo a tal riguardo è il titolo scelto per la personale Hic sunt Dracones), Nicola scatta le sue immagini alla luce naturale e si imbatte anche in luoghi che, quanto più appartengono al passato (pur non troppo remoto), tanto più sembrano visioni da un futuro distopico.

Nel 2014 Petrartedizioni pubblica Fenomenologia della fine, un catalogo che riunisce molte delle sue serie fotografiche. Ha esposto in varie gallerie d’arte contemporanea e musei; tra le principali mostre: Hic sunt dracones, Castel dell’Ovo, Napoli (2016); Aftermath, Isculpture gallery, San Gimignano (2017); The Great Beauty, Pärnu Museum, Pärnu (2019); Paradiso Perduto, Estella Gallery, New Orleans (2021). Le sue opere sono presenti in diverse collezioni pubbliche e private e sono apparse su prestigiose riviste, tra le quali : Esquire, Arte, Artedossier, Elle Decor, Lampoon, Bild, Daily Mail.

What emerges in the aesthetics of Nicola Bertellotti (Pietrasanta, 1976) is the regret for the lost paradise, expressed in the love for ruins, and the re-presentation in a photographic key of decadent poetics.

In particular, for Nicola, the ruin is not an architectural fragment, but a survival to oblivion, an “affective” landscape, which welcomes and transmits a sensitivity prone to nostalgia, felt in its etymological meaning of “journey into pain” , back to the lost origin. In fact, the obsolete objects and places portrayed in his works have the same function that the madeleine plays in Marcel Proust, that of evoking the memory of a happy age.

From the impasse between time and its impossible return, the feeling of decadence, of the precariousness of the human being is born within the self-taught photographer. It is easy to note, in this case, the influence exerted by John Ruskin’s The Seven Lamps of Architecture (1849), according to which the beauty, which resides above all in the vestiges, consists in their transience: it is the charm of the cracks, of the plant and architectural neglect, which brings things back to their primordial state and creates the “poésie des ruines”.

Another recognizable instance in his poetics is that linked to the romantic concept of the sublime. Influenced by the phenomenology of the sublime outlined in Edmund Burke’s treatise A Philosophical Inquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful (1757), in his works we discover the “horrendous that fascinates”, a negative emotion, produced by awareness the unbridgeable distance that separates the subject from the object.

In his contemporary Grand Tours in search of modern ruins, in which he goes beyond the Pillars of Hercules of the known / remembered as well as of the permitted (significant in this regard is the title chosen for the solo show Hic sunt Dracones), Nicola takes his images in natural light and also runs into places that, the more they belong to the past (although not too remote), the more they seem visions from a dystopian future.

In 2014 Petrartedizioni published Fenomenologia della fine, a book that combines several of his series. He has exhibited in various contemporary art galleries and museums; among the main exhibitions: Hic sunt dracones, Castel dell’Ovo, Naples (2016); Aftermath, Isculpture gallery, San Gimignano (2017); The Great Beauty, Pärnu Museum, Pärnu (2019); Paradiso Perduto, Estella Gallery, New Orleans (2021). His works are present in various public and private collections and have appeared in prestigious magazines, including: Esquire, Arte, Artedossier, Elle Decor, Lampoon, Bild, Daily Mail.

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